CHIESA VIVA

La verità vi renderà liberi ...

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L’affiliazione Massonica

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La Bersone viene riconosciuta idonea per l’affiliazione. Dopo averle fatto rinnegare il battesimo, dopo averla sottoposta a prove umilianti e disgustose, e dopo averle fatto giurare eterna obbedienza alla Loggia, ha inizio la parte culminante del rito di affiliazione.

Il Gran Maestro, allora, mi fece alzare e avanzare dinanzi a uno a uno, e tutti, uno dopo l’altro, mi respinsero, con parole di disprezzo e di odio, come se i loro sentimenti verso di me fossero cambiati, come se giudicassero che io non avessi superato bene la prova.

Allora, Garfield afferrò il mio braccio, mi aprì una vena, e lasciò colare il mio sangue, un terzo di bicchiere, poi bendò la ferita. Mi si ritolse la benda, mi si mise una spada in mano, mi si condusse dinanzi un, così detto, cadavere, coronato, nascosto nel “manichino” di vimini.

Un canto ebraico riempì la sala. Dopo ogni strofa, il Grand’Oriente recitava, su un grosso libro, una specie di lezione. Alla fine di ogni lezione, il coro, a più riprese, lanciava l’anatema:

“Maledetta!..E’ una maledetta!...”

“Colpisci!” mi comanda Garfield, additandomi il fantoccio regale.

Mi sembrò che tutto girasse attorno a me. Alzai l’arma, il sudore alla fronte... La lezione di Costantinopoli m’aveva istruita, non mi lasciava dubbio alcuno che io stavo per assassinare, assassinare con la mia mano, e per davvero; non era una commedia!

Un tremito nervoso mi scosse tutta, trepidante e selvaggia. Garfield non mi lasciò mai col suo sguardo orgoglioso che sembrava uno scherno: “Te l’avevo detto: non sei tu, femminetta, che regnerai su noi!”

In un’enorme coppa di bronzo, posta su un treppiedi, egli gettava, nello stesso

tempo, un pugno di erbe aromatiche. Una fiamma enorme si alzò, con fumate inebrianti.

Tutti gli Affiliati, in semicerchio attorno a me, avevano estratto i loro pugnali: sembravano volermi trapassare, per ridurmi, almeno su questa scena d’orrore, a un silenzio eterno.

Allora, con un riso stridente, indietreggiai di un passo, fissato il punto segnato sul “manichino”, che dovevo colpire, con tutte le mie forze, titubante, ebbra, frenetica, sferrai il mio colpo.

Un getto di sangue caldo inondò le mie spalle, e caddi a terra più morta che viva.

Io... avevo... ucciso!!!

Per sempre criminale, avrò quel sangue sull’anima come un altro battesimo dell’inferno, per l’eternità.

Ah, maledetta! veramente maledetta!

Il Gran Maestro, coperto di un manto bianco, mi rialzò, mi sollevò da terra, inerte, rivolta con la faccia all’assemblea. Due Affiliati distesero sopra il mio capo una coltre funebre; Garfield m’intimò:

Si prostri, ora!... Si sottometta, o povera incredula, alla Potenza superiore dell’Essere Supremo che noi adoriamo tutti, qui, e che ci governa.”

M’inginocchiai; lui, brandendo dal fuoco una specie di punteruolo minuscolo,me l’applicò al lato sinistro della fronte. Per un secondo la carne abbrustolì, e una sofferenza acuta mi morse la tempia: io non mossi ciglio. Tutti ne furono stupefatti. D’altronde, una benda di tela fine, imbevuta di un linimento speciale, fu distesa presto su la cicatrice e calmò quasi subito il dolore.

Io ero per sempre segnata del Sigillo della Bestia; ma lì per lì io non capii l’orrore di questa consacrazione infamante. Tutto mi era divenuto indifferente, salvo la speranza di far ripagare, un giorno, tutto ai miei carnefici.

Dov’erano i profondi disegni, le rivelazioni “sensazionali”, l’ideale nuovo, che mi avrebbe apportato questa sorta d’investitura?

Il vuoto e per di più il sangue: questo era tutto il segreto del Dragone e il mistero delle sue “Illuminazioni”? La mia anima era sfinita, morta, per la mancanza di tenerezza umana attorno alla mia culla.

Ah! Se veramente una Potenza, Superiore a queste mediocri cerimonie, e a questi uomini più mediocri ancora, esistesse, non importa dove, negli abissi del cielo, dell’anima umana o dell’inferno, sarebbe stato proprio ora il momento, il grande momento di manifestarsi, per non abbandonare, sui primi passi, una nuova recluta all’incredulità e all’empietà.

Ahimè! Il Dragone, quel Dragone stesso, dinanzi al quale m’avevan condotto, quel giorno rimase, per me e per tutta l’assemblea, non altro che la mediocre effige di un animale favoloso, di marmo bianco.Posi la mano sul dorso di quel Dragone, nell’attitudine stessa che aveva Mazzini nel suo ritratto di Costan-tinopoli; ma il Dragone restò immobile, inerte; nulla fremette sotto le mie dita.

Pronunziai freddamente un ultimo giuramento di fedeltà verso quell’idolo inanimato, e sembrò, non solo a me, ma a tutti gli altri Affiliati che ben poca importanza si attaccava a quel protocollo.

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