CHIESA VIVA

La verità vi renderà liberi ...

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La presa di “possesso” diabolica

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Era il mese di giugno 1879 quandoGarfield mi avvertì che ero chiamata finalmente a rimpiazzare un Iniziato, chiamato Gavagnon, che era morto da poco.La cerimonia doveva aver luogo presto. Gli Iniziati avevan anche l’intenzione di eleggermi a uno dei sei seggi della Tavola emiciclare. Era, tutto in una volta, un bel po’ d’onore; ma anche la prova doveva essere ben più difficile.Garfield volle prepararmi, lui stesso, a tutto. E prima di tutto ci tenne a dirmi solennemente, e per ordine ricevuto, quale era il segreto, il vero segreto supremo, sul quale si basava tutta la potenza della Loggia.“E’ lo Spirito - affermò - rappresentato dal Dragone dalle sette teste”.S’accorse subito che questo principio di catechismo a rovescio esilarava il mio scetticismo assoluto. Incredula per natura e per convinzione, come avrei potuto credere a un potere extra-naturale di uno Spirito celeste o infernale? Non credevo in Dio, non ero davvero per credere poi al Diavolo!Garfield, cogliendo l’impressione mia sulle mie labbra canzonatorie, non abbandonò il campo; che anzi, deciso questa volta a finirla col mio scetticismo, affrontò la questione in pieno: volle rendermi sensibile la presenza dello Spirito.Lo vidi infatti alzarsi più ieratico e più imponente che mai. Con un gesto mi fece cenno di salire sul palco che chiudeva la Loggia e di rivoltarmi verso di lui.

“Guarda!” - disse allora.

Lentamente depose il cappello e i guanti.Egli era vestito della tunica scarlatta e dell’ampia toga. I Raggi sacri brillarono su la sua fronte; il Sole scintillava sul suo petto. Sprofondò la fronte sul pavimento e incominciò le evocazioni dirette al Dragone, che egli chiamava lo Spirito. Frasi supplichevoli, umili, persino servili. Sette volte ricominciò, sette volte con la fronte toccò la terra.Poi rialzandosi, come esaltato da una forza invisibile, fissò lo sguardo nello spazio. Le sue labbra livide mormorarono parole senza costrutto.Ad un tratto, tutte le luci nella sala s’abbassarono, senza tuttavia lasciare la sala nel buio.Un rumore strano, come di un tuono lontano, riempì la Loggia, e il Dragone, il Dragone di marmo bianco, simile a quello della Loggia degli Affiliati, che io avevo palpato tante volte passando, a poco a poco si animò.I suoi molteplici occhi brillarono di una luce fosca.Le criniere delle teste divennero ondeggianti, il ventre rasentò la terra, la coda si ricurvò sul pavimento... si slanciò sulle trecce di Garfield che pareva volesse dominare quella bestia col suo sguardo magnetico.Finalmente, l’orribile Bestia si arrestòdinanzi al palco, come affascinata dal suo domatore. Garfield le chiese in tedesco:

“L’Affiliata, detta Ninfa della Notte, deve accettare l’onore di essere eletta all’Iniziato?”

“Si”, disse la Bestia. E la parola finì in un sibilo, simile a quello di un enorme serpente.

Garfield riprese: “Ma é capace di sostenere questo grado con onore?”

“Sì”, rispose il Dragone. E questa volta la parola finì in una stridente risata.

Garfield, piegando il ginocchio, parlò per la terza volta, declamando con enfasi questa sorta di preghiera:

“O Tu, che io conosco per l’Essere supremo che governa e inspira le nostre intelligenze e i nostri atti - Tu che rischiari il mio spirito e guidi il mio spirito e guidi il mio braccio - Tu che domini e muovi l’universo, opera della Tua mano - Tu al quale appartiene il Cielo e la Terra, tutti pieni della tua gloria, immagini della tua immensità - Tu, Luce, Forza e Materia - prova qui la tua potenza, che sa, quando lo vuole, sottomettersi gli spiriti e i cuori. O tu, la cui protezione si estende a ciascuno dei Tuoi figli - Tu il nemico del Crocifisso, in nome del quale io maledico Dio e la Trinità, il Cristo e la VergineMadre, cedi finalmente a colui che possiede il Tuo spirito, che é unum con Te, e che ha il diritto - in nome della Promessa e del Simbolo e del Sacro Deposito - in nome della sua credenza al Tuo dominio su ogni cosa creata, visibile o invisibile - di chiederti e di ottenere quel che Tu sai.”

Seguì una breve evocazione in ebraico, la vera: perché tutto il precedente, in lingua volgare, non era stato detto da lui che per mia...edificazione.

Allora il Dragone, drizzando le sue sette teste, gli occhi delle qualisi fissarono in direzioni divergenti, verso i diversi punti della Loggia, gittò un grido lugubre, che l’eco ripeté senza fine, e si fece un dovere di rispondere battendo il suolo con colpi ripetuti. É la più faticosa delle sue comunicazioni.Bisogna, infatti, contare i colpi dati: il numero di essi corrisponde alle differenti lettere dell’alfabeto. Così, tre colpi corrispondono alla C, dieci colpi alla I, venti al T, ecc…

Garfield, a questo modo, decifrò tutto il messaggio che diceva:

“Inutile oggi, io la persuaderò da solo”. Poi, a parole interrotte, in lingua italiana: “Vendetta e Odio. O donna, vieni a me!

Cominciai ad ascoltare con più attenzione; ma il Dragone a poco a poco si quietò. Finì per ritornare al suo posto, e ben presto sulla sua base c’era di nuovo soltanto la statua di marmo bianco che c’era prima.

Garfield, stanco assai, riprese anche lui il suo atteggiamento abituale di signore impassibile. Io discesi dal palco e lo felicitai di avermi dato questo curioso spettacolo. Io ero francamente meravigliata, ma non ancora convinta, temendo qualche suggestione dei suoi occhi di fiamma. Se n’accorse e non fiatò.Alcuni giorni dopo, partì per New York, dove restò tre mesi; ritornò per rappresentarmi un’altra commedia, che senza dubbio il Dragone gli aveva suggerito per finire di perdermi.Sembrava essere cotto per una ballerina dell’Opera, chiamata Mina: di essa parlava tutta Parigi. Non la finiva mai di decantarne i talenti, anche davanti a me, nelle sue ormai rare visite, perché quella creatura, a sentirlo, assorbiva tutto il suo tempo.

Ora, io non amavo Garfield, perché non pensavo che a vendicarmi anche di lui, appena lo potessi. Ma la nostra relazione mi solleticava nel mio orgoglio, e sopratutto, non volevo essere detroniz-zata da quella donna, finché non piacesse a me cedere il posto. Insomma, cadendo in pieno nella rete da lui tesa per vincere il mio capriccio di freddezza, divenni gelosa. Dappertutto, tutto il giorno, mi sembrava aver sotto gli occhi e riconoscere quella odiosissima coppia al Bois, alle corse, al teatro, e detestavo quella mia pretesa rivale con sempre più ferocia. Quella Mina aveva osato sfidarmi; era dunque di troppo. Come sbarazzarmi? Rivolgermi alla Loggia? Impossibile. Al mio spirito si affollavano mille mezzi, ma uno più assurdo e più inescusabile dell’altro.

Ora , un venerdì, che un oratore, salito sul palco, mi aveva particolarmente, stancata alla Loggia, con i suoi ampollosi discorsi, ecco che, girando attorno alla Tavola emiciclare, non lungi dal Dragone, una voce sconosciuta mormorò al mio orecchio: “Odio e Vendetta. O Donna, vieni a me!” Mi rivoltai subito; non c’era nessuno accanto a me. Chi dunque m’aveva parlato così? Fissai per un momento l’Idra: era muta e immobile come una pietra. Però, la mia risoluzione era presa. Decisi di finirla senz’altro: una delle due: o con l’assurda ossessione o con unsupremo progetto di vendetta, acuito in me dall’ultimo incidente.

Tornare alla Loggia il giorno dopo, sola, e, faccia a faccia, interrogare, a mia volta, la Sfinge, anche se dovesse divorarmi.Spirito, Bestia, marmo o Dragone tacerà, e io non saprò più che farne di codesto Dio muto. Se, invece, dovesse parlare, porremo le nostre condizioni. Soltanto che mi ci voleva la chiave per entrare nel Tempio rotondo, ma questa chiave la possedevano solo gli Iniziati. Usai un po’ di furberia: a Garfield, che quella sera non avrei certamente veduto, scrissi:

“Se la tua bella non assorbirà tutto il Suo tempo questa sera, voglia concedermi qualche minuto, a titolo di beneamata di una volta. Ho una gran voglia di offrirle una cena”.

Accorse! Avevo fatto preparare un gran fuoco nella sala da pranzo: eravamo appena in ottobre. Il calore lo disturbò. Aveva bevuto molto poco ed era già mezzo ubriaco. Lo finì, versando nel suo bicchiere una dose d’oppio. Questo lo atterrò addirittura. Lo feci allora trasportare in una camera da letto, dove lo spogliarono. Dopo, entrai io e mi impadronii della piccola chiave, che io sapevo teneva nascosta in una tasca segreta sotto la camicia. Perfettamente sicura che non si sarebbe svegliato così presto, mi affrettai a recarmi alla Loggia. Finalmente penetrai nella Loggia, accesi due o tre becchi di gas e volsi i mieisguardi dappertutto. Quasi subito i miei sguardi si posarono sul Cristo che sormontava il seggio del Grand’Oriente e ricevetti come uno “choc”. I miei sguardi incerti si posarono da quella croce al Dragone. Restai così sballottata per dieci minuti. Subito mi colpì il pensiero che, se esisteva davvero un ordine soprannaturale, meglio valeva propendere per l’Uomo, sia pur avvilito da un supplizio ignominioso, che per un Mostro, animale interamente. Ma io ero troppo lontana, sotto tutti i punti di vista, dalla Croce e dalle idee di perdono, troppo indegna della santità e anche, mancando il pentimento, della misericordia del Divino Maestro.

Invano, audace e tentando Dio, salivo sul palco e mi rivolgevo al Crocifisso, dopo essermi segnata cinque volte, gridandogli:

“Cristo, figlio del Dio vivente, se è vero che la tua potenza è al di sopra di ogni altra, dimostramelo e confondi qui il Dragone che ti sfida”. Ma più che una preghiera, la mia era una intimazione. Sarebbe stato necessario, prima di tutto, umiliarmi, piegare le ginocchia e piangere. Il Cristo restò muto. Allora, folle di rabbia, lo bestemmiai, per la prima volta, di mio impulso. Con frasi furiose lo sfidavo di manifestarsi o di annientarmi: poi, come muta, tutta incespicante, andai a cadere ai piedi delDragone: ero quasi inanime.

Lo fissai, dapprima incerta; la mia mano lo toccò, come per assicurarmi che lui pure era di marmo insensibile e freddo. Poi, abbassando la testa sino ai suoi piedi, balbettai, in uno spasimo atroce: “Se tu sei il potente, mostralo. Se tu sei il Forte, muoviti!”

Allora, come un fulmine, una delle zampe del bestione si posò sulla mia nuca. Il colpo mi stordì, e gli artigli strapparono la mia carne. I miei capelli s’erano drizzati, e tutto il mio cuore venne meno a quell’improvviso e brutale contatto con un soprannaturale al quale m’ero sempre rifiutata di credere.

Nessun dubbio era più possibile!

Nessuna soperchieria poteva ormai spiegarmi il mistero di quella zampa vellutata, calda e palpitante che mi stava stringendo. Spavento e gioia si disputavano l’anima mia; ma la sofferenza, da principio, fu la più forte. Gridai grazia e pietà, moltiplicando a pezzetti le invocazioni sentite uscire dalla bocca di Garfield.

A poco a poco la Bestia lasciò la presa. Per altri dieci minuti rimasi incapace di muovermi e di parlare. Poi, con un salto mi alzai e fuggii sino sul palco: da quel palco, sforzandomi di dominarlo, osai fissare il Dragone. Scintille scoppiettavano fuori dai suoiinnumerevoli occhi, e quella Bestia mostruosa apparve mostruosamente bella: si accordino i due aggettivi come si potrà. Delle sue sette teste, alcune erano di leone, altre di pantera; le une portavano un sol corno, altre due. Il corpo pareva piuttosto di leopardo, zebrato di nero. Le gambe corte, ma robuste, avevano artigli enormi.

“Spirito Supremo - gli gridai dal mio posto - è vero che tu mi chiami al posto al quale mi si vuol nominare?”

“Sì”, disse la Bestia.

“E che debbo fare ora per piacerti?”

“Riconoscerti, con un patto firmato col tuo sangue, per mia soggetta; proclamarmi tuo Supremo Signore, sottometterti in tutto alla mia volontà, abiurare con un atto pubblico la religione nella quale sei nata.”

“E che avrò in cambio?”

Onori e ricchezze.” Poi, con un tono più basso: “Odio e vendetta...”

Trasportata allora dai miei rancori, gli dichiarai: “Sia! Io mi darò a Te, quando avrò una prova della tua potenza, fuori di qui. Accordami due favori ai quali tengo immensamente... voglio vendicarmi della femmina che mi toglie ogni potere su Garfield.” Il Dragone stranamente ridendo: “Mina?.. Sia! Ch’ella muoia. Tu sarai la sola amante di quell’uomo!” Mi avvicinai a lui. La promessa sua aveva rotto ilghiaccio tra noi.. non avevo più paura: “E puoi tu promettermi, in contraccambio di un totale abbandono, qualche cosa ancora? Qualunque siano le unioni, qualunque siano i legami che sarò obbligata adavere, puoi tu fare in modo che non vi sia interessato il mio cuore e che quindi io viva senza troppo soffrire di questa mancanza di amore umano?”

“Io te lo prometto.. lo posso e lo voglio!”

La bestia ridiventò immobile. Sfinita, mi gettai su una poltrona. Un’ora dopo uscivo dalla Loggia senza essere veduta.Sette giorni dopo, Mina cadde per la strada, per una mancanza cardiaca, dietro le ruote d’una vettura, ch’era lì lì per investirla.

Ad una ad una sul mio collo scomparvero le cicatrici delle unghie della Bestia; e non solamente la Bestia aveva esaudito, riguardo a Mina, il mio voto inumano, ma sopratutto, e per me era una specie di rivelazione e di attestato di complicità superiore, aveva tenuto nascosto a Garfield il nostro drammatico colloquio. Una sera, sola, avendo riflettuto bene e ben cosciente di tale alleanza infernale, firmai e sigillai il “patto” segreto.

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