CHIESA VIVA

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L’infedeltà dell’Eletta

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Morto Garfield, sostituito nella sua carica di Grand’Oriente dal presidente della Repubblica francese Grévy, iniziano in Loggia scontri tra fazioni rivali che seminano rancori personali e anarchia, minando la struttura di potere gerarchico della Loggia stessa. Fu allora che si cominciò, nella Loggia, a far parlare le tavole rotonde, tanto che questo era venuto di gran moda. La scrittura automatica e tutte le altre evocazioni dello spiritismo ci divennero familiari. In una seduta, nella quale sembrava si dovessero al Dragone particolari azioni di grazia, un prete, sciagurato, Don Mazati, salì all’altare alle due del mattino. I vasi sacri, caduti in potere della Loggia dall’epoca dei saccheggi nel 1793, erano disposti su un altare munito delle reliquie regolamentari. Gli Iniziati assistevano alla cerimonia, e il celebrante si applicava a far tutto secondo i riti. Consacrò una pisside piena di ostie. Poi, detta la messa, buttò via gli ornamenti sacerdotali e si mise a tavola. Le Ostie venivano mischiate sdegnosamente con le salse, buttate sulle macchie delvino. Thiénet, un giorno, ne gettò una a un cane, in un boccone di carne. Grévy si divertiva ritagliarci disegni osceni. Don Mazati le crivellava con un temperino. Altri le profanavano con toc-camenti ignobili, e alla fine dell’orgia, quando erano introdotte le meretrici, facevano consumare a queste le particelle ancora riconoscibili.

Sacrilegi che lo Spirito approvava e gradiva visibilmente!

Or, egli (Don Mazati) evocava il Dragone non secondo i nostri riti, ma in nome della Santissima Trinità, e, ogni volta, lo Spirito immediatamente si arrendeva a tale scongiuro. Per cui parecchi Iniziati finirono per adottare anche loro tale formula, come più efficace e più comoda delle nostre, malgrado il cattivo umore in cui tale formula gettava sempre lo Spirito. Quanto al prete, usava e abusava di quella onnipotenza manifesta sullo Spirito stesso.

Lo stato d’anarchia, l’egoismo, l’invidia e la degenerazione che ben presto si rafforza in Loggia destabilizza e indebolisce la posizionedi Clotilde, che inizia, tra l’altro, a provare i suoi primi rimorsi e a manifestare le sue prime perplessità.

Per evitarmi attese e rifiuti che mi seccavano, avevo adottato una formula, più breve e quasi meccanica, di evocazione. Dispiaceva, lo so, allo Spirito; ma per me era la rivincita dei colpi che m’aveva dato. Si ricordi che Don Mazati scongiurava lui, il Dragone, senz’altra cerimonia, nel nome della Santa Trinità. Quando la Bestia tardava troppo a rispondere con le altre formule, avevo veduto anche il Grand’Oriente, spinto all’estremo, operare allo stesso modo. Lo faceva in ebraico, in modo che nessuno degli Affiliati presenti potessero sospettare il senso delle parole. Questo passava soltanto per un rito segreto, intorno al quale era proibito, anche agli Iniziati, di informarsi gli uni gli altri, e che bisognava accettare e seguire ciecamente.

***

Era la notte del giovedì al venerdì. Ero sola nella Loggia. Durante due ore, orologio alla mano, mi estenuai in scongiuri diversi. Allora annoiata, l’invocai un’altra volta:

“In nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo...”. Immediatamente mi apparve, contratto e scontento. Gli chiesi di dirmi perché non obbediva con puntualità che a questo scongiuro:

“Perché - mi disse con un tono seccato - essa é di uso sin dal principio”. Allora, volli tentare un colpo, intimandogli per capriccio, per vedere l’effetto:

“Ora, in nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, ritirati. Vattene!”

Si ribellò con un ghigno spaventoso:

“Rinviato, sia!.... ma non da te! Tu miappartieni. Io posso venire, non posso essere cacciato da me stesso.”

S’impadronì rumorosamente di me con una violenza inaudita: corpo, spirito, volontà. E tutte le sue suggestioni mi s’imposero in un subito. Per dargli soddisfazione, scientemente, se non proprio volontariamente, abbracciai il male, maledii il bene. Abiurai ogni personalità mia, per l’orgoglio di essere Sovrana Amante di questo Spirito delle Tenebre. E quando in fine consentì a ridarmi l’uso e la libertà del mio spirito, con una grazia migliore rispose alle mie questioni, tanto più che seppi non spingere, troppo oltre il mio interrogatorio:

“Questa espulsione dei religiosi, alla quale lavoriamo ora con tanto ardore, l’otterremo?” “Si”. “Presto?”

“Lo credo, ma non vi frutterà quel che voi pensate.”

“Cioè? Che forse sostieni i religiosi e le religiose e i loro difensori?”...

“Al contrario, li schiaccerei tutti, se ne avessi il potere!”

“Come, il potere? Non sei tu l’Essere Supremo?O esiste, al di sopra di te, un Principe Superiore, più potente ancora?

Si rotolò rugghiando ai miei piedi, piuttosto che articolare una parola. Una sola parola uscì finalmente dalla sua gola in fuoco, e non aveva relazione di senso né di tono con la mia questione. Non era una risposta, ma un grido, un nome, che io non seppi comprendere:

“Beelzebub!”

“Perché - risposi io senza pietà - non mi rispondi? Perché lasciarci senza luce, noi, tuoi fedeli e tuoi eletti, quando un miserabile prete, quale quel don Mazati, ti costringe a parlare, nel suo latino di cucina, con l’aiuto di una banale formula cattolica, alla quale lui stesso non crede più?” Il Dragone, ancora una volta, non mi rispose che con urli atroci e di nuovo mi gettò selvaggiamente a terra, poi sollevandomi da terra mi sollevò abbastanza in alto per poi lasciarmi ricadere con tale e tanta brutalità che dovetti averne fracassate tutte le membra.

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